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Reggae senza radici: l’illusione del gruppo Let Babylon Burn


Reggae senza radici

Mai successo che una domanda apparentemente banale ti incolli il cervello e ti costringa a scavare sempre più a fondo? A noi sì, e la colpa è di una frase buttata lì in una sottoscrizione, tipo: “Quando sarà il prossimo concerto dei Let Babylon Burn a Parigi?”. Neanche il tempo di realizzare e già qualcun altro sotto: “Adoro la loro musica e i testi”. E lì scatta la paranoia: aspetta, ci siamo persi qualcosa? C’è una nuova band fenomeno e noi siamo rimasti indietro come i nonni con il Nokia?

Così partono le domande in serie, tipo domino: chi diamine sono questi Let Babylon Burn? Da dove saltano fuori? Suonano davvero da qualche parte o sono una specie di mito metropolitano del reggae 2.0? E soprattutto: dove si può ascoltare la loro roba sul serio? Insomma, ci siamo ritrovati a fare i detective su internet, a setacciare blog, forum, social, tipo maniaci, cercando di scovare un indizio su chi o cosa sia dietro questa storia.

E qui la prima sorpresa: negli ultimi otto mesi, questi Let Babylon Burn hanno pubblicato la bellezza di trenta tracce. Non scherzo: un album in studio – Battleground Of Broken Hearts – e poi una sfilza di live, roba che manco i gruppi storici. Tutto sparso sulle piattaforme di streaming, Spotify, Apple Music, YouTube, ovunque tu voglia. Sul loro canale YouTube si presentano così, con un tono un po’ misterioso: “Iniziativa indipendente di indie-reggae e musica acustica, testi originali, creatività e un mix di registrazioni umane e strumenti di intelligenza artificiale per creare musica e poesia emozionalmente intense.” Ogni brano è “unico, curato, con immagini abbinate al mood” – o almeno così dicono. E la frase che spicca su tutto: “Non spam automatico o spazzatura.”

Ora, quella botta lì – “non spam automatico o spazzatura” – ti fa alzare un sopracciglio. Perché dirlo così, a caratteri cubitali? Sembra quasi una dichiarazione di guerra ai produttori seriali di musica fatta a catena di montaggio, una specie di “noi siamo diversi, noi siamo veri”. O magari è una risposta un po’ polemica allo scetticismo crescente verso l’arte digitale, dove ormai non si sa più chi c’è dietro una canzone o un video. Forse si sentono in dovere di rimarcare una sorta di autenticità in un’epoca dove anche le canzoni possono essere partorite da una riga di codice.

Poi, però, arriva il dettaglio che non ti aspetti: zero foto, niente info personali, nessuna intervista, nemmeno una misera bio dei membri della band. L’unico nome che salta fuori è quello di Robert Lancaster, indicato come autore dei pezzi su Apple Music, ma se provi a scavare esce il nulla cosmico. È come se fosse un’ombra, un nome buttato lì per fare scena. E tutta la parte visiva dei Let Babylon Burn? Video, copertine, immagini promozionali – tutto sembra uscito da una IA. Nel video di So Hollow, per esempio, c’è un rastafariano con la chitarra davanti al microfono, ma basta guardarlo due secondi per capire che non è affatto reale: non muove le labbra, non finge manco lontanamente di suonare, sembra una figurina generata al computer, un avatar più che un musicista.

E i testi? Boh, anche lì, hai l’impressione di leggere poesie criptiche da generatore automatico, roba che ti lascia a metà tra il “ma che figata” e il “ma che diavolo vuol dire?”. E mentre cerchi di capire, il loro canale YouTube schizza alle stelle: più di 115.000 iscritti, una crescita che fa impallidire anche le band vere, con video e brani nuovi ogni settimana. Ma tutto rimane sospeso: nessun volto, nessuna voce, zero produttori, nessuna traccia concreta di esseri umani dietro il progetto. È come se fosse tutto costruito per sembrare reale, ma la realtà vera rimane sempre un passo indietro, irraggiungibile.

Il marketing poi è tutta una questione di parole, slogan, viralità portata all’estremo. Sotto ai video, leggi centinaia di commenti che sembrano usciti da un bot: complimenti entusiasti, frasi tutte simili, come se ci fosse una fabbrica segreta di chatbot pronta a sfornare fan virtuali. Sembra quasi una gara a chi si innamora di più… di qualcuno che non esiste.

Ma dai, diciamolo chiaro: Let Babylon Burn non sono una band vera. Non c’è nessuno che si suda la maglietta su un palco, non c’è il classico frontman che si getta tra il pubblico. È un progetto reggae fantasma, un esperimento digitale che gioca proprio su questa ambiguità. E allora: conta davvero? Per alcuni, forse no—se ti basta ascoltare buona musica e chi se ne importa di chi la fa, amen. Ma pensateci un attimo: là fuori ci sono milioni di musicisti veri, gente che si spacca la schiena anni per tirare fuori un disco, che ci mette l’anima, la faccia, la vita. Per loro vedere un progetto senza volto, senza storia, che esplode in poche settimane, può essere una mazzata. Quel tipo di successo “disincarnato”, senza la fatica del palco e del pubblico, rischia di demoralizzare chi la musica la vive davvero, con tutte le sue fragilità e sfumature. Per alcuni, può anche essere la classica goccia che fa traboccare il vaso, il momento in cui ti chiedi se vale ancora la pena continuare.

Alla fine, Let Babylon Burn è uno specchio dei tempi: tra IA, viralità e identità digitali sfuggenti, ci costringe a chiederci cosa sia davvero “autentico” nella musica oggi. Vale più l’emozione che provi ascoltando, o la storia e il volto di chi sta dietro a quel suono? Boh, la risposta non è così semplice. E forse, proprio questo eterno dubbio è il vero motivo per cui ci siamo fatti prendere così tanto dalla faccenda.


4 risposte a “Reggae senza radici: l’illusione del gruppo Let Babylon Burn”

  1. Avatar Massimo Alef
    Massimo Alef

    Cosa ne pensate di questo gruppo? Credete che si tratti di intelligenza artificiale? Secondo voi, da quali voci di cantanti è stata ricavata la voce dell’interprete?

  2. Avatar Carla
    Carla

    Non penso si tratti di A.I.troppa anima nei brani.Spero di scoprire presto di più… Adoro qst musica, mi scuote lo spirito, mi piacerebbe tanto sapere chi è Carry, nome che appare in molte canzoni.

  3. Avatar Massimo Alef
    Massimo Alef

    Mi piacerebbe pensare che dietro ci sia un cantante vero, con musica viva e autentica, ma al momento non abbiamo prove. Nel frattempo, godiamoci le canzoni, chiunque le abbia create.

  4. Avatar Grazia
    Grazia

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    Devo dire la verità che anche a me però i suoi brani entrano dentro….. Quindi anche se fosse ahi devo dire la verità prendiamo nel meglio visto lo schifo che c’è in giro con questa nuova tecnologia non tecnologia

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